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Published by Elisa Zadi at 2 Novembre 2026
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Nei Puri Pensieri


 

NEI PURI PENSIERI
mostra personale di Elisa Zadi

a cura di Silvia Rossi





“Noi ci svegliammo piangendo: era l'azzurro mattino.
Ombre d'eroi veleggiavano: eran colonne d'azzurro
I puri pensieri dell'alba o cuore ricorda: ricorda, e piangendo
Giurammo ancor fede all'azzurro”

Dino Campana, Alba (da Il più lungo giorno)

 

LA MOSTRA

C'è un colore che attraversa questa mostra come una promessa mantenuta a lungo.

È l'azzurro. Non quello del cielo visto dall'asfalto, non quello delle cartoline. Un azzurro più antico e più interiore: il colore della soglia, dello spazio che sta tra la veglia e il sogno, tra il corpo e ciò che lo abita. Il colore in cui Dino Campana aveva giurato di credere, e in cui Elisa Zadi sembra aver costruito, opera dopo opera, una casa intera.

Nei Puri Pensieri nasce da quel verso per portarlo più lontano.

Non è una mostra sull'azzurro come scelta cromatica. È una mostra sull'azzurro come condizione dell'essere: quello stato sospeso in cui la mente si allontana dal peso concreto delle cose e diventa capace di abitare un paesaggio che non esiste altrove se non nella pittura. Campana lo chiamava Alba. Zadi lo dipinge come foresta, cascata, radura — luoghi reali trasformati in luoghi mentali, attraversati da figure che vi si sciolgono dentro come neve nell'acqua, fusi e quasi indistinguibili dal contesto, metafora della traccia umana nella sua essenza carnale che si fa metafisica.

Le opere realizzate per questa mostra segnano un momento di particolare intensità nella ricerca dell'artista. Il tessuto, una tela grezza da tempo al centro della sua ricerca, non è una scelta decorativa ma di significato. Il tessuto respira, assorbe, trattiene la luce in modo diverso. Permette al colore di depositarsi in strati che si intravedono l'uno attraverso l'altro, come memorie che non si cancellano ma si sovrappongono, si velano, si lasciano indovinare. I pigmenti e i pastelli dialogano su questa superficie porosa producendo un effetto che non è né opacità né trasparenza, ma qualcosa di intermedio: la materia del pensiero, appunto.

Le figure umane che abitano questi paesaggi non hanno peso.

Non incombono sul paesaggio, non lo governano. Vi appartengono come vi appartiene una nuvola o il riflesso di un albero sull'acqua: provvisoriamente, senza lasciare impronte. A volte si confondono con i tronchi, le braccia aperte verso l'alto come rami. A volte emergono ai margini della scena dalla stessa sostanza azzurra che attraversa ogni foglia, ogni cielo, ogni fiore. Sono figure che stanno compiendo una metamorfosi silenziosa: non una fuga, ma un appartenere. Un diventare paesaggio.

È la stessa trasformazione di Dafne — ma senza violenza, senza urgenza. Solo la lenta, luminosa resa di un corpo che smette di separarsi dal mondo e comincia a farne parte.

I paesaggi che Zadi costruisce su questi tessuti sono riconoscibili e insieme irraggiungibili. Ci sono cascate, foreste, montagne, distese di iris e fiori selvatici, riflessi sull'acqua, cieli che si aprono in verticale per metri. Eppure non è la natura ciò che si guarda. È qualcosa che la natura suggerisce quando la si osserva a lungo, quando la mente smette di classificare e comincia semplicemente a stare: una percezione del mondo che non passa più attraverso le parole, che non cerca forma definitiva, che si accontenta — e in questo accontentarsi trova tutto — di essere luce, colore, presenza.

L'opera di grandi dimensioni che dà il titolo alla mostra porta questa tensione al suo culmine.

Quattro metri e mezzo di altezza, due di larghezza. Non semplicemente un'opera più grande delle altre, bensí un orizzonte portato dentro uno spazio chiuso, come un nuovo cielo sospeso sopra le nostre teste. Le nuvole che lo abitano sono sostanza, materia viva, presenza che cambia mentre la si guarda. Ai margini, frammenti di vegetazione segnano il confine con il mondo terrestre. In mezzo: tutto il respiro possibile. Stare davanti a quest'opera produce qualcosa di simile al silenzio — non l'assenza di suono, ma la sua forma più densa, quella in cui si comincia finalmente ad ascoltare.

Elisa Zadi ci accompagna così in un territorio che non è geografico ma mentale: un luogo in cui la pittura smette di rappresentare il mondo per diventare il mondo. In cui il pensiero puro — quello dell'Alba cantato da Campana, quello di ogni momento in cui la mente si libera dal rumore — trova finalmente la sua forma visibile.

E quella forma è azzurra.


 

 

 

 




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