Il ciclo di “ritratti”, nei quali Elisa coglie e racconta il suo modo di porsi davanti agli altri, di entrare in intimità, di evidenziare il fascino particolare attraverso l’evidenza del dettaglio, l’accenno di un tratto fisiognomico, la stesura di uno specifico tono cromatico. E le “nature morte”, anch’esse impostate come racconti interiori, narrazioni di identità che la “costruzione” scenografica (una sorta di scorcio di interno) restituisce all’artista, prima che lo spettatore, sotto la specie di una presenza resa attraverso un percorso di assenza, tramite una congerie di tracce e di oggetti, che come fili di Arianna conducono ad un Teseo inoggettivato. Rosella Alberti

“Elisa Zadi”. Mi sono sempre chiesto come facesse quel suo esile corpo a sostenere il peso dei suoi immensi occhi. L’ho sempre pensata come un sospiro. Eccola, ora non c’è più, chissà dove se n’ è andata! Poi torna come se non fosse mai partita. Ormai sono anni che la conosco; era appena una ragazza ed ora è una donna. E dire che ne abbiamo fatte di cose insieme! Tanta strada, dal Mugello a New York, andata e ritorno. Sempre con lo stesso pensiero in testa , quello di dipingere a dispetto di tutto. Dipingere come si conviene, col pennello ed i colori. Dipingere qualcosa, qualcuno che ti sta di fronte, che è lì con te. Dipingere per il piacere di dipingere, per star soli con se stessi. Dipingere per dar forma alle cose che ci sono utili e che ci fanno compagnia. Dipingere, ecco; nient’altro che dipingere, così come guardarsi allo specchio. Per esserci. Elisa, lieve come un soffio, appare con tutta la sua inquietudine che quasi la consuma. Le cose non sempre sono come vorremmo e gli altri sono gli altri. Sono sicuro dei suoi smarrimenti e delle sue certezze, di tutti i dubbi che la posseggono. Sono sicuro della sua abilità e della sua determinazione. Sono sicuro che la pittura le appartenga naturalmente, come lei appartiene alla pittura. Dipingere la prostra e la esalta, è parte indelebile di lei. A me non è dato di entrare nel merito del suo lavoro, altri sono preposti a farlo. Io sono contento di vederla farsi strada da sola tra tutte le sue paure, fiera di sè, con i suoi grandi occhi spalancati sul mondo. Adriano Bimbi

Eleganti le ragazze di Elisa Zadi, la cui pittura rappresenta con linguaggio classicheggiante, intriso di novecento e più ancora di Balthus, emozioni contenute, di sottile meditazione e abbandono. Sicuro il ritmo compositivo, razionale lo spazio sottilmente scandito da linee mentali e da masse cromatiche, tendenti ad accentuare la centralità dell’icona femminile, non priva di turbamenti. Giovanni Bonanno

Figura tra le più interessanti del nuovo panorama toscano, la Zadi ha intrapreso un percorso dall’esito sempre più convincente, che l’ha portata, anno dopo anno, a sintetizzare una cifra stilistica personale e distintiva, una sorta di “figurativo rivelativo” dove coniugare introspezione e assidua osservazione della realtà. Marco Botti

“L’identità rivelata”. Si direbbe che soltanto la forma sia garante dell’identità di ciò che esiste: delle creature come delle cose. A partire dagli oggetti consueti del nostro universo quotidiano che Elisa Zadi qui ci ostenta scanditi dalla luce del mattino nella pienezza dei contorni che ne sigillano vuoto. Non diversamente da tutti questi suoi volti, che come formati tessera dipinti, ci allinea una variegata galleria di esistenze, di caratteri, di destini. Anche su di essi la luce piove plasmandoli. Ma con la sostanziale differenza di renderli ancora più palpitanti, ancor più chiusi e segreti, come scrigni che custodiscono, gelosamente, la verità nel senso che potrebbe assumere la loro vita. Quello è il loro tesoro inalienabile! La loro identità è questa perla “oscura” che cresce lentamente, anche a loro insaputa, in ciascuno di loro. E l’artista non può mai profanarla, può soltanto cercare di “rivelarcela”, ovvero garantircene la percezione nella sua più intima segretezza. Ed Elisa Zadi raggiunge quest’obiettivo attraverso un impianto scultoreo d’ogni volto, risolto con tratti decisi. Mentre sempre il colore è affidato a poche, ma felici, note timbriche contrastanti che modellano con vigore una figura resa nobile dal silenzio che l’avvolge e la protegge. Giuseppe Cordoni

Quella che pratica Elisa Zadi è una frontalità certamente ora inderogata, quasi secondo un archetipo di fissità da ancestrale icona. Le sue stesure appaiono subito molto semplici, di prima mano, un po’ materiche, ma senza possibili non dico pentimenti ma elaborazioni: senza insomma, direi anzi, volontà di elaborazione. Il che, mi dice, corrisponde a una idea di attenersi a una semplicità ed essenzialità di cose giuste, evidenti, che si diano subito come riscontro a una purezza di visione, senza un’implicazione di “elaborazioni di testa”. Figure frontali, estratte da un contesto, poste entro uno “spazio assenza”, vuoto in dissolvenza per lasciare visibile soltanto la figura, per annullare ogni possibilità di spazio se non entro la figura stessa. Una sorta di rivalsa dell’individuo sul contesto. Enrico Crispolti

“Nei territori dello spirito”.La pittura di Elisa Zadi racchiude, ermetica, distinte urgenze sentimentali. Nei vari cicli espressivi che ne hanno sin qui contraddistinto l’organico sviluppo, si sono infatti imposte alcune peculiarità evidenti quanto emblematiche: lo scavo introspettivo del soggetto ritratto (quasi sempre lei stessa); l’analisi severa di pose e soprattutto sguardi nei quali la vita ristagna come muffa agli angoli dei muri; la febbrile densità di emozioni cresciute in quei territori oscuri dello spirito dove la gioia pare assente. In un simile contesto iconografico, al solito è dato di avvertire la ricerca esasperata di una verità che diresti incombente: albeggia allusiva in quei fascinosi trittici nei quali Zadi raggiunge sovente apici considerevoli; si afferma come un’arcana melodia quando la luce allaga un fuori che è, in realtà, sempre un dentro. Non vi è alcuna concessione alla gradevolezza in questo scandaglio aspro che determina i successivi tratti fisiognomici delle figure tenute a modello. Lo stesso impianto cromatico, nella sua scarna, significativa compiutezza, rivela l’intransigenza di un’autrice del tutto disinteressata all’apparenza, insofferente dinanzi al trucco che nasconde, al cospetto dell’artificio che ingentilisce o abbellisce un volto trasformandolo in un’effigie non vera. La ricerca di Zadi continua così ad essere pervasa da ardenti sollecitazioni: raffigurando con ossessiva efficacia se stessa, ambisce in realtà a dar conto di ansie, sogni chiusi nell’ultimo cassetto dell’anima e ricorrenti disillusioni di un’umanità non dissimile da quella alla quale aveva guardato con realistico pessimismo Leopardi. Si accorciano improvvisamente le latitudini: gli uomini, nei loro rovelli interiori, si somigliano ovunque. Questo, attraverso la vibrante intensità della propria pittura, finisce per parteciparci Elisa Zadi, sottovoce. Giovanni Faccenda

“Elisa Zadi” Osservandone certe opere che aveva realizzato nel corso della prima metà del Duemila nel corso della mia prima visita nel suo Studio fiorentino, mi sono ricordato di lei, conservando nella mia caotica biblioteca un paio di cataloghi di Collettive cui aveva partecipato nel Mugello. Tali opere ne riflettevano quella cosiddetta “ricerca” che, del resto, deve o dovrebbe sempre caratterizzare il percorso d’ogni creativo: una parola da unire all’intensità dell’impegno, dato che nel corso della mia vita spesso m’è capitato di assistere, soprattutto per taluni che si considerano ‘arrivati’, a una stanchevole ripetitività che ne ha inaridito il lavoro, privandolo quasi del tutto del contenuto. Elisa Zadi è aretina del 1979; ha dunque un’età giusta ed ha raggiunto un equilibrio tale da poterne dare un giudizio, dato che i lavori messi in essere in una città internazionale come Firenze (personalmente non dimenticherò figure di gran livello che ho conosciuto e frequentato a partire dagli anni Settanta, tipo Pietro Annigoni, Antonio e Vinicio Berti, Renzo Grazzini, Silvio Loffredo, Amedeo Lanci… per citarne solo alcuni) ne svelano l’attenta partecipazione al proprio tempo. Nel suo Studio, non ampio ma luminoso, ho subito guardato la libreria composta di testi d’arte, di filosofia e di sociologia, di storia e di poesia scelti con cura: in genere, al di là del dialogo diretto, sempre utile per cercare ci capire a fondo ogni artista, sono proprio i libri che conserva a socchiuderne le stanze dell’“Io”. I disegni, le incisioni e soprattutto i dipinti di Elisa Zadi dicono in modo esaustivo di una coerenza conquistata, come della serietà professionale. In lei c’è una chiarezza e una cultura acquisita, come giusta attenzione e rispetto nei confronti di Maestri del passato cui ha attinto, tramite i quali ha gettato solide basi per la prosecuzione del suo impegno lavorativo. La sua pittura è apparentemente quieta, attenta e non ripetitiva, priva di contraddizioni, tanto che nello scorrere tela su tela, o su tavola, ho avvertito un linguaggio affinato da nuovi accenti, da soluzioni filtrate da contatti culturali cercati con ostinatezza o casualmente trovati nelle piccole e nelle grandi gallerie fiorentine, al Caffè Storico Letterario “Le Giubbe Rosse” per esempio, o altrove. Ogni tanto, infatti, viaggia sia in Italia che all’estero visitando le massime Collezioni museali. Tornando al suo dipingere, credo che persino il colore di fondo, o la scelta di particolari supporti telacei che prepara direttamente, indicano il volto su cui si delineano gli orizzonti fisici di un pensiero formulato giorno dopo giorno con costante impegno spiritualmente espressivo. Elisa Zadi rigetta la superficialità e la fretta. E’ persona che pensa. Beh, tralasciando il confronto tra certe sue opere trascorse, tipo “Fonte alla locanda” o “Ponte”, “Polittico dell’altra luce” (altri miei colleghi ne hanno esaurientemente scritto), il suo oggi si sta perentoriamente schiudendo alla luce, divenendo un linguaggio/opera specchio del proprio comportamento. Non gioca sulle cosiddette “apparenze esteriori”; prova ne sono alcune serie di autoritratti eseguiti non tanto per esaltarsi narcisisticamente, bensì per operare in una concatenazione tale da portare in essere il proprio stato d’animo e, soprattutto, di comunicare, cioè di trasmettere. Di dire, cioè, un proprio pensiero, come quello d’altri. La riconoscibilità fisica le serve fino a un certo punto, ma ciò che le interessa non è un soliloquio, bensì un’articolazione linguistico/grammaticale tesa al massimo. Non si può ancora dire dove arriverà Elisa Zadi, ma questo mio sintetico scritto è solo e soltanto un cenno di consenso e di grande attenzione per il suo serio impegno. Pur sapendo che le parole non sono esaustive per conoscerne a fondo la personalità, noto però che il suo universo poetico si accende d’un che di lirico, soprattutto in certi volti concretati nell’uso luminoso di vellutate scansioni azzurrine e rosacee, perlacee e d’altre cromie: il linguaggio figurale esprime un’intima necessità di dire di sé come “persona viva” che agisce all’interno di una collettività fremente che si muove e s’agita. Non c’è trasgressione in lei; non s’addentra mai negli oscuri meandri della casualità, cosicché bisogna apprezzarne un’unità linguistica in cui le linee costruiscono ciascun soggetto scelto con attenzione tramite pennellate che agiscono con discrezione e oculatezza. Si tratta di istanti spesso sussurrati, ma altre volte quasi gridati nell’accumulazione di pennellate biancheggianti che si sposano a scale di grigi e di marroni… A tenere banco c’è il suo animo di giovane e sensibile donna che ci offre con chiarezza i motivi del suo dedicarsi alla pittura. Forse può essere una frase fatta, o un concetto obsoleto, ma in un tempo così violentemente contraddittorio e in un inizio del nuovo Millennio in cui vedo sempre meno “pittori/pittori”, e dove la mattina uno s’alza dicendo – senza averne i contenuti/valore – d’essere poeta o scrittore o fotografo e via dicendo…, Elisa Zadi va ammirata dandole spazio e fiducia, visto che ci sono ancora persone che credono all’arte come mezzo di aggregazione e di confronto, di amicizia e di amore. C’è una poesia, tra le tante che amo, titolata “L’arte”.Penso che si addica a lei e a tutte le persone sensibili: Arte sorreggi la solitudine dell’Uomo e traccia comete nel cammino effimero”.Non amo le meteore, se non quelle che illuminano di notte i sogni, ma le comete sì. Nel loro viaggio ciclico questi pezzi di stella appaiono ma non scompaiono, non si sfanno; per me non sono presagi negativi come altri, ma entità che spargono bellezza all’intorno. Elisa Zadi appartiene a quella cometa che si chiama Arte: sta passandoci davanti e il suo percorso dona brillii. Stiamole accanto. Lo merita. Lodovico Gierut

Ci sono pittori che ammiriamo ma che sentiamo distaccati da noi perché, ad una prima visione superficiale, non sono immediatamente leggibili. Ma siamo poi, dopo una lettura più approfondita delle loro opere, costretti a riconoscere il loro valore, se riusciamo ad andare oltre le apparenze. In Elisa Zadi, fra i contemporanei riusciamo ad avvertire che, sotto quella definizione esemplarmente “formale” c’è una irrequietezza senza scampo e senza esito chiuso in sé (che è pregio vero di un’Artista nel quale è destinato a porre domande, a proporre, a bruciare le nostre credenze, non di rado conformistiche e inerti). La pittura di Elisa Zadi si può riassumere in intelligenza, passione, ardore. Stefano Giraldi

Elisa Zadi in disegni e dipinti di grandi dimensioni è attratta dalla decadenza delle cose abbandonate, il lago specchiante, la “Fonte della locanda” fra ombre e luci dove le oscurità racchiudono un microcosmo fra natura, spazi architettonici e fatiscenti oggetti stabili del parco, silenziosamente vissuti con le loro potenti volumetrie occultate o accese da colori corposi. Anna Gallo Martucci

Le ricerche espressive fino ad ora condotte dalla Zadi toccano il loro punto più alto: la pennellata risulta pastosa, il colore svolge una funzione costruttiva, la sobria scansione dell’immagine conserva un sapore di matrice cézanniana e l’insieme appare di particolare intensità. Nel processo di auto conoscenza così avviato, la pittrice scava per  mettere a nudo il proprio carattere, lo stato d’animo di un momento, l’espressione di un gesto,  il suo modo di rapportarsi con il mondo, di sentire e di essere: insomma, i molteplici e mutevoli riflessi del suo ‘io’. Per giungere fin nel profondo ha, pertanto, messo sotto una lente d’ingrandimento la propria persona, facendo affiorare attraverso l’epidermide del suo corpo i riverberi delle sue tensioni, dei  suoi  nervi e della sua anima, colti con sagace intuizione. In forma di  frammento, quindi, ci restituisce la percezione che ha avuto di sé, testimoniando così, allo stesso tempo, il suo esserci e il suo pensiero pittorico. Consente allo spettatore di avvertire il senso enigmatico della vita umana  e di penetrare nelle pieghe di un racconto personale, o forse meglio di una confessione, in cui si è accettato di confrontarci con verità inafferrabili, con la relatività  della nostra visione e, quindi, con la realtà fisica delle apparenze, rivisitando liberamente un tema di antica memoria pirandelliana. Daniela Meli

L’Arte è da sempre un luogo d’indagine sulle passioni dell’uomo avvolto nei propri contesti; uno spazio di ricerca e analisi introspettiva, dove gli occhi dell’artista procedono oltre il normale sentire della natura, riuscendo a cogliere intimità e particolarismi incredibili, capaci di dominare – e donare – prospettive solitamente sfuggenti e impercettibili. L’artista muove avanti seguendo i propri impulsi e le proprie riflessioni, attraverso un cammino finalizzato alla scoperta di un ignoto panorama, di un’incognita visione, sia pure semplicemente la rappresentazione della realtà in quanto tale. In tal senso, il mondo pittorico di Elisa Zadi si caratterizza per la ricerca di uno stile inconfondibile, dettato da una spiccata volontà espressiva, tesa a mettere in luce il senso primo dell’emozione. Figure umane, semplici scorci quotidiani, particolari di esistenze che superano la normale percezione del tempo, divengono i cardini poetici di un’artista intenta a cogliere le sfumature dei sensi e le manifestazioni dell’anima, in quanto energia vitale appartenente a tutte le realtà oggettive del mondo. Con delicatezza e intuito, in una personale dimensione quasi mistica e contemplativa, Elisa Zadi si fa pellegrina delle proprie opere, in un viaggio estetico, dove il gesto artistico diviene introspezione, esprimendo il desiderio di poter cogliere le infinite possibilità della creazione, andando oltre i canoni stilistici e la consueta interpretazione del mondo contemporaneo. Un’elaborazione tattile dell’immagine, dunque, in vista di una maggiore presa di coscienza sul segreto che avvolge l’uomo, la sua esistenza e la realtà. Un’esplorazione dal gusto espressionista, con un’accurata sensibilità al colore, alla sintesi delle linee e alle manifestazioni dei giochi di luce, fra ombre e chiarori caratterizzati dalla semplicità dei tratti pittorici, che conduce l’osservatore a percepire non solo l’immagine dipinta ma anche l’anima riflessa che affiora con forza e si lascia leggere nella propria e indiscussa intimità. Il desiderio di comunicare, esprimere e rivelare una confidenza contemplativa, fa della prassi artistica di Elisa Zadi una poetica della spiritualità umana, un resoconto diaristico che esamina e sviscera l’immagine di una riflessione allo specchio, ossia di una mimesis meditativa, in cui l’analisi interiore apre agli occhi una dimensione sconfinata dove tutto si universalizza, trascendendo le forme dell’interpretazione, al di là del tempo e dello spazio: una poetica spirituale e un gesto artistico che nell’atto creativo si purifica, restituendo al mondo una visione primigenia dell’emozione e dei turbamenti dell’anima. Laura Monaldi

“Fisionomie Interiori”. Il temperamento artistico di Elisa Zadi, liricoin quanto rivolto all’introspezione tramite la rivelantefisicità della figura umana, si pone da sempre l’ardito compitodell’analisi emozionale della realtà, fatta non solo di grandi accadimenti, bensì di tutti quegli eventi minimi, eterni nella loro fugacità,   che ogni giorno riempiono ogni piega dell’esistenza. Da anni ormai l’artista indaga il proprio io attraverso dipinti in cui si autoritrae intensamente: il volto è per lei un paesaggio che, nella volontà di conoscersi nel profondo, ha bisogno di un’esplorazione costante, di continue incursioni conoscitive; il corpo è il territorio degli avvenimenti dello spirito, schermo epidermico sul quale si proiettano, mosse da spinte sotterranee, le proprie fisionomie interiori, epifanie di emozioni talvolta crude,che si traducono in visioni potenti, a tratti senza via di scampo, perché manifestano l’ascesa diretta o la tortuosa salita che le pulsioni interiori intraprendono per venire alla luce. L’innumerevole serie di autoritratti, che nel loro susseguirsi hanno trovato un’infinita gamma di modalità espressive, nel tempo è andata a comporre una sorta di personale enciclopedia dell’autorappresentazione. La tentazione dello sguardo fa sì che Elisa non si ritragga mai a memoria, ma sempre davanti a due specchi, di cui uno metaforicamente è la tela. Espressione di un’analisi acuta, che sa addentrarsi nei meandri più profondi della sua psiche, la pittura la rende forte, è l’unica conferma della sua esistenza. Mentre dipinge non indaga il proprio volto come alterità temporanea, ma come universo da sondare, scoprire nella propria Verità. La ripetizione del soggetto nasce da una necessità profondissima: quindi, nessuna ossessione, nessuna celebrazione con cui omaggiarsi. Per mezzo dell’Arte Elisa cerca se stessa, per ritrovarsi, per conoscersi, per capirsi e sapersi nel mondo, per affermare il proprio io, per sapere fino in fondo cosa sta succedendo intorno e dentro di lei. Per perdersi nel riflesso di una pupilla o ritrovarsi nell’intensità di un’emozione scandita dal ripetersi rituale del vissuto quotidiano. Dipingendo la tela grazie alla complicità della tela stessa, Elisa non narra, insegue non tanto la verosimiglianza esteriore quanto il volto esatto dello stato d’animo con cui si pone davanti a sé. Il suo è un dipingersi per toccarsi, per smuovere sentimenti che hanno nel corpo l’epicentro della loro venuta al mondo. Elisa si guarda per essere di rimando vista da se stessa, nell’attesa spasmodica dell’emersione, del riaffioramento sulla pelle e nei nervi di un tumulto, di un riverbero di quella luce che si è bagnata negli stagni profondi della coscienza e che si diffonde nel silenzio, nell’eco di un gesto, di una malinconia indefinita, di un’impercettibile accensione, di uno svuotamento improvviso, di un pensiero inaspettato, di tutte quelle vibrazioni e oscillazioni spontanee che fanno del corpo la vera geografiadell’anima. Marco Palamidessi

Quella di Elisa Zadi è innegabilmente arte realistica di chiara impronta espressionistica. Un’accesa vena figurativa che orienta la sua ricerca artistica verso un espressionismo in grado di abbracciare l’impegno sociale con il consapevole uso degli strumenti della pittura. Interessata al ritratto e all’autoritratto, la definizione più immediata atta a rispondere a questa esigenza di leggere nei visi altrui qualcosa di proprio, è quella che si riferisce al Realismo esistenziale. Formula storica ancora tutta da investigare,  che per Elisa diventa occasione per analizzare l’immagine di giovani uomini e donne da intendere come figure serene, protagoniste di scene di vita borghese fermate in un attimo senza tempo. Nei suoi dipinti la figura umana è protagonista dello spazio fisico nel quale è collocata. La grazia della composizione diventa importantissima, specie quando è sostenuta da un colore forte e libero in cui l’accento lirico impone un rimando alla tradizione pittorica italiana, ma ridefinita da uno spazio del tutto nuovo.  Matilde Puleo

I protagonisti sono assenti; in loro vece parlano gli abiti appesi, i libri, le suppellettili: chiaro retaggio di un secolo – quello da poco concluso – che ha amato sopra ogni cosa l’Oggetto investendone la presenza tangibile ed al tempo stesso allusiva del compito di raccontare un uomo dall’identità sempre più in crisi. Susanna Ragionieri

Elisa Zadi riesce ad interfacciarsi in modo del tutto naturale con la propria interiorità, le proprie paure, i propri sogni, manifestando un innato talento, fatto di una non comune capacità di impressionare la tela con le sembianze della propria anima, ed espresso mediante un’arte che ignora consapevolmente la fisionomia accademica per lasciare un maggiore spazio alla rappresentazione fisiognomica. Potremmo affermare che quella della Zadi è una pittura che immortala in modo puntuale la propria quotidianità, le proprie sensazioni, quelle più intime, proprio come una Polaroid farebbe con un qualsiasi soggetto reale animato o inanimato. Fin dal primo sguardo si nota come la giovane artista essenzializza quasi costantemente gli spazi nelle proprie tele, esaltando mirabilmente gli oggetti vissuti giornalmente o le cerulee ed eleganti donne costituenti le numerose tessere di quel poetico puzzle dell’Io. Davide Sallustio

Occhi”. Volto frontale a fissare lo spettatore con lo sguardo penetrante e disincantato dei suoi grandi occhi, Zadi si ritrae indagandosi in una pittura dai toni accesi, talvolta acidi e contrastati, definita secondo una tendenza assiomatica di costruzione della forma. I volti sono sezionati e scolpiti da una pennellata di matrice cézanniana, reinterpretata in chiave introspettiva e vangogghiana. Immagini sospese, bloccate in una dimensione fuori dal tempo, in un “non  luogo”, uno spazio che è tutto mentale e appartenente al mondo interiore dell’artista. L’arte di Elisa Zadi è ansiogena e mette in scena una trasposizione solo apparente della realtà fenomenica. Zadi scava, va in profondità, non alla ricerca di qualcosa di soprannaturale o spirituale, ma bensì di ciò che attiene intimamente all’essere. Dietro ai suoi volti, agli oggetti di umana appartenenza, ai paesaggi antropizzati, corre uno spasmodico e incessante desiderio di  cogliere l’essenza dell’esistenza. L’identità come traguardo e al contempo punto di partenza di un sistema che rende la pittura uno strumento di approccio al reale e un mezzo per  la determinazione del sé. Francis Bacon, Lucian Freud, Alberto Giacometti, Michelangelo Antonioni, Federico Fellini sono alcuni exempla di sensibilità e di restituzione del sentire umano in consonanza con la  traduzione zadiana del peso della verità.  Figure ieratiche e avvolte da una luce pierfrancescana, che non ammette ombre se non nel bagaglio delle cose inanimate (molte di guttusiana ascendenza) che parlano, come rebus, della persona a cui appartengono, sorta di vocaboli di un racconto metaforico e criptato. Il realismo magico di talune composizioni passa in secondo piano, di fronte alla forza di rappresentazione di un corpo così ferocemente investito dalla forte volontà di conoscenza e di presa di consapevolezza della profondità umana, divenendo così realismo esistenziale. Tiziana Tommei

Elisa Zadi manifesta la presenza del volto e del corpo come fantasma allucinato. A suo modo toglie corpo alla realtà e l’avvolge in un involucro immateriale senza carne né ossa. In lei mi sembra ci sia una consapevolezza lucida e diretta verso la realtà.  Il  suo limite o la sua qualità è la fissità catatonica delle sue figure, la loro ripetitività frontale. Marco Tonelli

Classicamente la produzione dell’autoritratto presuppone come indispensabili due fattori: la volontà dell’artista di descrivere la figura e il riconoscimento all’artista di particolari doti inventive e intellettuali che lo rendevano degno di essere celebrato e commemorato. Il lavoro compiuto da Elisa Zadi si allontana sostanzialmente da questa ottica tradizionale e auto celebrativa, per addentrarsi piuttosto in una ricerca faticosa ed impietosa che la pone per tredici volte, quasi ossessivamente, di fronte ad un ideale specchio, con una domanda di verità. Questa istanza non ammette deroghe, né cerca abbellimenti, non riflette a lungo, bensì vede e fa. La concisione esecutiva balza immediata agli occhi e si costituisce grazie ad una frontalità centrata e a volumi ridotti al minimo, semmai ridati per via di spatola, con tratto pastoso e impaziente. Ancor più assenti sono gli sfondi, lasciati neutri, con la preparazione a vista. Va da se che questa semplicità espressiva non sia da considerarsi imperizia ma piuttosto l’espressione di un far pittura che si concentra sull’essenziale senza cancellare, senza ritoccare. Un dipingere animato dalla necessità di fermare sulla tela un istante fugace, perché un minuto dopo si è già un’altra cosa, meglio, un’altra persona ed occorrerebbe rifare un altro ritratto. In questo modo lo spazio lungo e stretto occupato per intero dalle tante Elisa che fronteggiano così chi le guarda con una austerità da antica icona. Icona, sì perché questi lavori son gremiti di suggestioni orientali; ho detto appunto della scelta che Zadi fa di taglio frontale, così come dell’assenza di profondità per concentrare tutta la visione nel primissimo piano e ancora il formato scelto, quello verticale, tipico della scuola Giapponese, e anche la scelta di racchiudere la firma da un raffinato ideogramma. Ma soprattutto la scelta del soggetto: l’attenzione per il corpo che sottintende il rispetto e la considerazione per l’individuo, pilastro della cultura orientale e aspirazione contemporanea. Paola Vidari Coen

 

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